Qualità del contenuto scientifico

“I saggi fanno tesoro della scienza, ma la bocca dello stolto è un pericolo imminente.”
(Salomone)
 
“Il senno di poi è una scienza esatta.”
(Arthur Bloch)
 
 
Abbiamo già visto dal punto di vista epistemologico come la qualità dell'informazione sia il primo dei due fattori chiave per “la qualità della conoscenza”. Adesso stiamo cercando di vederlo anche dal punto di vista pratico. Innanzitutto ricordando il contesto generale della qualità in laboratorio, intesa come l'insieme degli strumenti che consentono di mettere in atto un Sistema di Gestione per la Qualità, strumenti così importanti in termini strategici per una azienda da essere stati normati. Poi, ed ecco il senso di questa pagina, ricordando che il sapere comunicare (qualità della comunicazione) non può essere disgiunto dal contenuto (la qualità del contenuto scientifico).
 
Non desidero polemizzare, come potrebbe sembrare a chi leggerà la mia nota [a]. Desidero  piuttosto tentare una raccolta di evidenze che inducano a riflettere, e a stimolare il miglioramento nella qualità del contenuto scientifico dei messaggi in partenza dal laboratorio clinico. La necessità di un “approccio scientifico” all’analisi della qualità del contenuto scientifico potrebbe farmi apparire impietoso. Ma chi può rimproverare all’anatomopatologo il risultato di una autopsia? Si tratta di un risultato che, sebbene possa talora apparire impietoso, deve invece diventare un momento di crescita professionale e culturale. Per evitare che qualcuno si possa ritenere offeso aggiungo ancora che il mio fine è squisitamente didattico, per cui: absit iniuria verbis, non vi sia offesa nelle parole.
 
Dal 1948 i gradi centigradi sono stati sostituiti dai gradi Celsius! new
 
Sancito dalla Conferenza Generale dei Pesi e Misure (CGPM) nel 1960 e nel 1971, accettato dalla Comunità Economica Europea (CEE) nel 1980 e divenuto legale in Italia nel 1982, il "Sistema Internazionale di Unità di Misura" (l'abbreviazione è SI) non prevede i “gradi centigradi”. Nel sistema SI per esprimere la temperatura sono previste due sole unità di misura: i “kelvin” (K) o, in alternativa, i “gradi Celsius” (°C), che sono poi quelli impiegati nella pratica, e ai quali tutti siamo abituati.
 
Nel 2012 sono passati trent’anni dalla pressoché universale adozione del sistema SI, e oltre sessant’anni dalla IX “Conférence générale des poids et mesures” che nel 1948 ha adottato il grado Celsius in sostituzione del grado centigrado o centesimale. Eppure una mia ricerca sulle citazioni che compaiono nel web evidenzia che solamente nel 20% dei casi il valore numerico della temperatura viene associato all'unità di misura corretta. Nell'80% dei casi si parla/si scrive, erroneamente, di “gradi centigradi”. A molti questa potrà sembrare una banalità. Ma l’imprecisione lessicale e la sciatteria terminologica sono alla base della sciatteria concettuale. Quindi bisogna mantenere sempre alto il livello di guardia. Le mie ulteriori considerazioni sul tema le ho riportate nel post intitolato "Gradi centigradi o gradi Celsius?".
 
Neutrini, satelliti che cadono e serietà dell’informazione scientifica
 
Due notizie si sono succedute in pochi giorni nel settembre 2011. La prima riguardava un esperimento che avrebbe dimostrato che i neutrini viaggiano più veloci della luce. La seconda riguardava un satellite che, al termine del suo ciclio vitale, stava per precipitare a terra. Quello che ho letto e sentito è stato purtroppo una conferma del fatto che non rimarrò mai senza materiale per questa pagina. Sono senza parole. Lascio il commento ad un articolo comparso su La Stampa, nel quale un giornalista serio e competente, Piero Bianucci, ha fornito una prova illuminante (http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/il-cielo/articolo/lstp/421962/) del degrado in cui è caduta in Italia la divulgazione dei contenuti scientifici, vuoi per le gravi carenze nella cultura scientifica di base dei nostri compatrioti (leggere l'articolo per credere), vuoi per le pessime modalità con cui i contenuti della scienza sono comunicati dai media.
 
new P.S.: in realtà le cose poi sono andate ancora peggio. Nel senso che, per quanto concerne la faccenda dei neutrini più veloci della luce, è arrivata la smentita. Rimando al post “Neutrini, teoria della relatività e teorema di Bayes” del mio blog nel quale, alla mia reprimenda al comportamento dei media e dei ricercatori, faccio seguire quella sicuramente più autorevole contenuta in due nuovi ottimi articoli di Piero Bianucci.
 
Numeri astronomici
 
Un articolo pubblicato su La Stampa, che trovo per inciso essere un ottimo quotidiano, e pubblicato nella sezione Scienza del quotidiano torinese (http://www3.lastampa.it/scienza/sezioni/news/articolo/lstp/378468/), riguarda un argomento di astronomia. Che se sembrerebbe essere quanto di più distante dalla medicina di laboratorio, nel caso specifico condivide invece con questa il tema del linguaggio delle misure (vedere ad esempio a scopo introduttivo l’ottimo http://www.inrim.it/ldm/). L'articolo si apre così:
→ titolo >> "Le Terre sono trilioni"
→ sottotitolo >> Il numero delle stelle deve essere moltiplicato almeno per 3
→ a firma di >> GLAUCO MAGGI - NEW YORK
→ esordio dell'articolo >> Le stelle sono milioni. Lo sapevamo già. Ma adesso un articolo sulla rivista «Nature» ci dice di moltiplicare il numero per tre. Almeno.
 
Ora, anche senza essere dei pedanti, l'accostamento accattivante tra titolo, sottotitolo e apertura dell'articolo appare quantomeno pericoloso. Fa temere che da una lettura rapida e non accompagnata da adeguata riflessione o verifica dei termini su un dizionario delle grandezze e unità di misura, come ad esempio [1], (che difficilmente il lettore medio ha a disposizione), possa derivare la sensazione che i trilioni siano il triplo dei milioni (e questo indipendentemente dal fatto che le stelle sono già in partenza molto più che milioni: solamente la nostra galassia ne contiene un centinaio di miliardi, e attualmente sono stati mappati milioni di galassie).
 
In realtà è sufficiente poco per capire che l'autore non si è preoccupato di controllare e validare quanto scrive: tanto che afferma che "...3 zeri fanno un migliaio, 23 zeri fanno un sestilione..." quando in realtà un sestilione è un 1 seguito da 21 zeri. Sempre che si ragioni in termini di “scala corta”. Perchè se ci si esprime in termini di “scala lunga” un sestilione sarebbe 1 seguito da 36 zeri. Sissignore, purtroppo la possibilità (che in democrazia non può essere negata) di riportare espressioni matematiche (per definizione non ambigue) in modo letterale ha portato subito alla degenerazione più tipica del linguaggio: l'ambiguità del significato. Vediamo di capirci con la tabella che segue:
 

Notazione scientifica

Valore numerico

Nome nella scala corta

Nome nella scala lunga

Prefisso SI

Simbolo SI

 10 0  

uno

uno

 

 

 10 3 

1.000

mille

mille

kilo

k

 10 6 

1.000.000 

milione

milione

mega

M

 10 9 

1.000.000.000 

bilione

miliardo

giga

G

 1012 

1.000.000.000.000 

trilione

bilione

tera

T

 1015 

1.000.000.000.000.000 

quadrilione

biliardo

peta

P

 1018 

1.000.000.000.000.000.000 

quintilione

trilione

exa

E

 1021 

1.000.000.000.000.000.000.000 

sestilione

triliardo

zetta

Z

 1024 

1.000.000.000.000.000.000.000.000

settilione

quadrilione

yotta

Y

 
Se per esprimere i multipli di 1 (uno) utilizziamo la notazione scientifica, o il prefisso del sistema SI, cui corrisponde in modo univoco un  simbolo SI, le cose sono chiare. Possiamo scrivere di megabyte (Mb), di exadollari (E$), di petalitri (PL) in modo non equivoco (sempre che le sigle siano introdotte e definite una per una, dato che in assoluto PL potrebbe significare qualsiasi altra cosa). Ma se parliamo di bilioni, trilioni e quadrilioni l'ambiguità emerge immediatamente. Perchè purtroppo in Francia e negli USA hanno un significato, in Gran Bretagna e Germania ne hanno uno differente. Ecco il problema. Se i numeri sono espressi in termini letterali (anzichè numerici, come deve essere), due scale, la “scala corta” e la “scala lunga”, hanno improvvidamente adottato gli stessi termini per descrivere numeri totalmente di differenti.
 
Nella “scala corta” i prefissi per generare le descrizioni dei numeri sono disposti alla distanza di un fattore mille l’uno dall’altro: tri:bi = quadri:tri = quinti:quadri = ...... = 1000:1. Nella “scala lunga” le cose sono diverse: innanzitutto gli stessi prefissi sono utilizzati per indicare l’elevamento a potenza del milione: bi = un milione elevato alla due (al quadrato), tri = un milione elevato alla tre (al cubo), quadri = un milione elevato alla quattro (alla quarta potenza), e così via. Ma non basta. Per dividere in due l’intervallo (ovviamente troppo ampio) tra due “oni” si utilizza lo stesso prefisso del primo dei due “oni” (in ordine crescente) e il suffisso “ardo”. Così ci troviamo non solo il milione e il miliardo, ma anche il bilione e il biliardo, e così via. Oltre alle ambiguità vogliamo evitarci lo strazio delle battute? [parlare di petagrammi farebbe sorridere qualcuno, a parte il fatto che un musicista potrebbe pensare ad un errore di stampa (pentagrammi?); e che dire del fatto che mille ricconi non fanno un riccardo?]. Allora non ci resta che l’unica soluzione razionale e priva di ambiguità: dato che fare seguire 1 da nove, dodici, quindici, eccetera zeri (0) porta rapidamente a illeggibilità dei numeri, e su questo non si può che concordare, esprimiamo i multipli di 1 (uno) sotto forma di potenza: scriviamo allora 106 (per indicare i milioni), 109 (per risolvere l'ambiguità tra bilione = 109 dell’una e bilione = 1012 dell'altra scala), 1012 (per risolvere l'ambiguità tra trilione = 1012 dell’una e trilione = 1018 dell'altra scala), e così via. Considerate il fatto che la scala corta viene utilizzata in Francia e USA, la scala lunga viene utilizzata in Gran Bretagna e Germania, e che in Italia la Direttiva CEE/CEEA/CE n. 55 del 21/11/1994 introduce la scala lunga mentre nell'uso sembra prevalere la scala corta di Francia e USA. Immaginate ora la seguente affermazione: per un certo obiettivo la nazione X stanzia un trilione di euro, la nazione Y stanzia un bilione di euro. Se la nazione X fosse la Francia e la nazione Y fosse la Germania, lo stanziamento sarebbe identico. Ma cosa intenderebbe il lettore? Non sapendo nulla di scala corta e di scala lunga propenderebbe per il fatto che la Francia abbia stanziato una cifra pari a mille volte quella stanziata dalla Germania. Sapendo dell’esistenza delle due scale, ma non sapendo quali nazioni la adottano, si troverebbe davanti a tre alternative diverse: entambe usano la scala corta, entrambe usano la scala lunga, una usa la scala corta e l’altra usa la scala lunga, con tre diverse possibili conclusioni. Essendo infine informato del fatto che in Francia viene utilizzata la scala corta e in Germania viene utilizzata la scala lunga darebbe l’interpretazione corretta. Potete ora capire facilmente il pasticcio nel quale si è ficcato l'articolista del quotidiano, quando si è buttato sull’argomento senza preoccuparsi di accertare il rigore scientifico dei termini utilizzati. Lo ringrazio per il tanto inatteso quanto prezioso aiuto che mi ha fornito per inaugurare questa pagina. Permettendomi di stigmatizzare un modo di procedere pernicioso, che diffonde una pseudo-cultura scientifica approssimativa e raccogliticcia che ormai pervade i giornali, le riviste, le trasmissioni televisive. Alla quale in questa pagina e con l’intero sito intendo oppormi.
 
Regola numero uno: utilizzare in modo rigoroso termini appropriati e il cui significato sia definito e documentato.
 
Ancora in tema di eGFR
 
Sulla rivista Biochimica Clinica, anno 2010, volume 34, numero 4, a pagina 269, è comparso un articolo a firma di Caterina Grillo (Laboratorio Analisi, A.O. Ospedale Infantile Regina Margherita S. Anna, Torino) e Giovanna Patrucco (Laboratorio Analisi, Ospedale S. Andrea, Vercelli). L'articolo è intitolato Creatinina e determinazione del filtrato glomerulare: un’indagine regionale. L'articolo è pubblicato nella sezione "Scientific Papers/Contributi Scientifici" della rivista. Si tratta, come specificano le autrici, dei risultati di un questionario "...distribuito ai soci SIBioC della regione Piemonte nell’ottobre 2009...". Non entro nei dettagli del lavoro, perchè sarebbe noioso ed è oltretutto inutile per lo scopo che mi propongo. E nemmeno intendo minimamente criticare il lavoro del direttore della rivista e dei revisori. Del lavoro colgo semplicemente due frasi chiave, che mi servono come spunto per discutere dei meccanismi molto delicati che garantiscono la qualità del contenuto scientifico.
 
La prima frase chiave è quella che apre la parte "Risultati e discussione", e recita "Sono stati restituiti 23 questionari compilati, che, pur non essendo un numero elevato, rappresentano abbastanza bene la realtà regionale, in quanto provenivano da laboratori con elevata produttività.":
1) 23 questionari compilati - ma quanti sono i laboratori del Piemonte? L'ho trovato nell'Allegato alla Deliberazione della Giunta Regionale 3 agosto 2007, n. 19-6647, Riorganizzazione e razionalizzazione delle attivita’ di laboratorio analisi. Nel 2004 (pagina 7 dell'allegato) l'annuario statistico del servizio sanitario nazionale riportava in Piemonte la presenza di 170 laboratori. Quindi 23 su 170 significa che ha risposto il 13,5% dei laboratori. Non tanti laboratori, pochi laboratori, alcuni laboratori, ma 23/170 cioè il 13,5%;
2) non è chiaro quanto un campione costituito da 23 soci SIBioC possa essere rappresentativo della popolazione degli operatori di laboratorio e indirettamente dei laboratori. Affermare che i questionari "...rappresentano abbastanza bene la realtà..." è una affermazione qualitativa che non si basa su alcuna evidenza, e la precisazione "...in quanto provenivano da laboratori con elevata produttività..." a sua volta non aggiunge alcuna oggettività verificabile (o falsificabile) all'affermazione.
 
La seconda frase chiave apre le "Conclusioni" e recita testualmente "Dai risultati qui riportati è evidente che nei laboratori piemontesi è stato avviato un percorso di miglioramento nella valutazione di laboratorio della funzionalità renale”:
3) poche righe prima di questa frase è riportato ”Il 33% dei laboratori dichiara di non applicare o segnalare i limiti dovuti ad età, gravidanza, estremi di massa corporea.”;
4) poi si legge "Quasi tutti i laboratori (94%) refertano tutti i risultati numerici; un solo laboratorio referta solo i risultati <90 mL/min per 1,73 m2. La raccomandazione del NKDEP di refertare solo i risultati <60 mL/min non è stata quindi recepita.";
5) e ancora "I valori tra 60 e 90 mL/min sono gestiti in modi diversi.”;
6) la tabella 3 e la tabella 4 confermano una eterogeneità di comportamenti;
7) si afferma inoltre che  “...il laboratorio che riporta nel referto l’eGFR per tutti i risultati di creatinina sierica misurati si trova di fronte al non facile compito, vista la scarsa accuratezza delle formule utilizzate, di dover comunicare dei valori decisionali di malattia.”;
8) e si conclude quindi che “è evidente che nei laboratori piemontesi è stato avviato un percorso di miglioramento nella valutazione di laboratorio della funzionalità renale." Mah!
 
Riprendo alcune citazioni riportate in altre pagine di questo sito:
→ Galileo (1564-1642) è convinto che “... la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico lo universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, a conoscer i caratteri ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica...";
→ Lord Kelvin (1824-1907) diceva che “...quando puoi misurare ciò di cui stai parlando, ed esprimerlo in numeri, puoi affermare di saperne qualcosa; se però non puoi misurarlo, se non puoi esprimerlo con numeri, la tua conoscenza sarà povera cosa e insoddisfacente: forse un inizio di conoscenza, ma non abbastanza da far progredire il tuo pensiero fino allo stadio di scienza, qualsiasi possa essere l'argomento.”;
→ e della stessa idea è Henry Poincarè (1854-1912), che nel suo “La Science e l’hypothése” afferma che “...quand on dit que la force est la cause d’un mouvement, on fait de la métaphysique, et cette définition, si on devait s’en contenter, serait absolument stérile. Pour qu’une définition puisse servir à quelque chose, il faut quìelle nous apprenne à “mesurer” la force ; cela suffit d’ailleurs, il n’est nullement nécessaire qu’elle nous apprenne ce que c’est que la force en soi, ni si elle est la cause ou l’effet du mouvement.”.
 
Veniamo ora finalmente al dunque. Un questionario è quanto di meglio per pianificare "scientificamente" una raccolta di dati quantitativi e numerici, misurabili. Quanto di meglio su cui fondare conclusioni quantitative, numeriche e quindi valutabili in modo oggettivo. Nel passaggio
 
dati informazione
 
abbiamo i dati come materiale di partenza e la freccia → che indica il processo di traformazione che genera l'informazione. Entrambi, sia il materiale di partenza (i dati) sia il processo di trasformazione (le regole applicate per generare informazione a partire dai dati), devono dare il meglio di sè per garantire un prodotto (informazione) di qualità.
 
Nel caso specifico i dati quantitativi erano disponibili: ma allora perchè dire che 23 questionari restituiti "rappresentano abbastanza bene la realtà regionale", utilizzando un avverbio generico e vago? Perchè non dire che i 23 questionari restituiti "rappresentano il 13,5% della realtà regionale"? [aggiungerei: a meno della distorsione introdotta dal fatto che si tratta di soli soci SIBioC]. Ne abbiamo "abbastanza" di affermazioni generiche a vaghe. Lasciamole ai navigatori di professione, che della genericità fanno l'arte della loro vita.
 
Regola numero due: per esprimerci in modo scientifico utilizziamo i numeri, ed evitiamo il più possibile avverbi, aggettivi, espressioni generiche.
 
Nel caso specifico l'informazione che si può ricavare "evidentemente" dai punti da (3) a (6) è che il campione esaminato mostra eterogeneità nell'epressione dei risultati da parte dei laboratori. Ma non solo. Al punto (7) si parla di "...scarsa accuratezza delle formule utilizzate...". Si dispone di una misura di quanto sia scarsa l’accuratezza? E non sarebbe meglio non utilizzarle se non sono accurate?  Al punto che sorge spontanea la domanda che si è posto l'amico Ferruccio Ceriotti già nel titolo dell'articolo Velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR): fonte di informazioni o fattore di confusione? che compare sullo stesso numero della  rivista. Ma come può essere che si affermi che "è evidente che nei laboratori piemontesi è stato avviato un percorso di miglioramento nella valutazione di laboratorio della funzionalità renale" quando pare invece essere evidente che nei laboratori piemontesi (e non solo in quelli piemontesi) "sarebbe necessario avviare un percorso di omogenizzazione nell’espressione della valutazione di laboratorio della funzionalità renale"?
 
Regola numero tre: informare significa "dare forma" ai dati. Operazione delicatissima, quella del dare forma ai dati. La scienza si caratterizza per la sua capacità di "informare" in modo non ambiguo (mediante numeri, leggi, equazioni), il che consente di confrontare i propri risultati con quelli degli altri. Attenzione a non sostituire alle conclusioni che possono essere dedotte dai fatti quello che in realtà è semplicemente il proprio auspicio (come dice Arthur Schopenhauer “L’errore nasce sempre dalla tendenza dell’uomo a dedurre la causa dalla conseguenza"). Non lasciare mai che l'eccessivo ottimismo introduca una distorsione nelle conclusioni. Il linguaggio utilizzato deve evitare avverbi e aggettivi che veicolano una informazione qualitativa, soggettiva e vaga: deve essere quantitativo, oggettivo e rigoroso. Le regole per dare forma ai dati non è sufficiente che siano oneste: devono essere anche semplici, rigorose e coerenti.
 
 
********************************
 
 

Contenuto scientifico

Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2019

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