3. Il problema gnoseologico

“La scienza si fa con i fatti come una casa si fa con i mattoni, ma l’accumulazione dei fatti non è scienza più di quanto un mucchio di mattoni non sia una casa.”
(Henri Poincaré).
 
“L’immaginazione è più importante della conoscenza”.
(Albert Einstein)
 
 
Il problema gnoseologico occupa un percorso lungo 2500 anni, che va dai filosofi presocratici ai giorni nostri. Parte dallo stupore degli uomini che per la prima volta hanno lasciato nella storia una traccia della loro capacità di riflettere sulla realtà, e su un mondo che appariva loro “magico”. E arriva fino ai giorni nostri, quelli della rivoluzione introdotta dal pensiero scientifico, e che al problema gnoseologio ha dato connotati nuovi [1].
 
Il riferimento eccellente su questi temi è rappresentato dallo Swif, il sito web italiano per la filosofia, un progetto che è partito nel 1995 e si è concluso nel 2008, e che ha lasciato on-line un prezioso archivio documentale. In particolare tra i lavori pubblicati nella biblioteca dello Swif sono debitore, per le numerose volte che l’ho chiamato in causa nella parte che va da Galileo a Kant, a “Lo sviluppo della gnoseologia moderna” di Giovanno Boniolo (lo trovate nella Biblioteca, nella sezione calls for comments dello Swif [2]), e per la citazione cruciale “Da Kant in poi...” che troverete più avanti e molto altro ancora a “Filosofia della scienza, fondamenti delle scienze” di Mauro Dorato (lo trovate nella sezione linee di ricerca dello Swif [3]). Di entrambi non posso che raccomandare la lettura.
 
I filosofi presocratici
 
Il problema dei problemi, il primo ad essere affrontato, è stato il problema ontologico: “che cosa esiste”. E le prime documentazioni in occidente risalgono ai filosofi presocratici. A Democrito, Pitagora ed Euclide abbiamo già accennato nella pagina precedente. Dopo che Talete aveva indicato l’archè (il principio primo) nell’acqua, Anassimene nell’aria ed Eraclito nel fuoco, Empedocle, aggiungendo la terra, pone come princìpi quattro corpi semplici: l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco. Oggi sappiamo che l’idea che la natura sia spiegabile come composizione di elementi base è presente in culture che si sono sviluppate in modo indipendente [1] e che l’idea che la natura in tutte le sue manifestazioni sia spiegabile attraverso una particolare mescolanza di quattro irriducibili elementi ha dominato in occidente il sapere fino alla fine del ‘700, quando, con la scoperta dell’ossigeno da parte di Lavoisier nel 1778, è nata la chimica moderna.
 
Socrate
 
Nonostante non abbia lasciato alcuno scritto, e il suo pensiero lo si debba ricavare dalle opere dei suoi discepoli, Socrate è stato uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale. Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell'elenchos (confutazione). Molti studiosi di storia della filosofia concordano nell'attribuire a Socrate la nascita di quel peculiare modo di pensare che ha consentito l'origine e lo sviluppo della riflessione astratta e razionale, che sarà il fulcro portante di tutta la filosofia greca successiva. Il primo a sviluppare questa interpretazione della dottrina socratica fu Aristotele, che attribuì a Socrate la scoperta del metodo della definizione e induzione, che egli considerava uno degli assi portanti del metodo scientifico [1].
 
Platone
 
Il merito di avere formulato la prima organica teoria della conoscenza spetta a Platone, che afferma che ogni atto conoscitivo è sempre una reminiscenza: la conoscenza deriva non dall’esperienza, bensì da un sapere preesistente, prenatale, e connaturato all’uomo. La conoscenza è quindi un processo di “anamnesi”, con cui si ricostruisce la verità attraverso il ricordo. Dall’ambiente, ossia dalla percezione sensoriale del mondo, può venire al massimo uno spunto, uno stimolo alla rievocazione. Esiste pertanto un dualismo metafisico (il mondo sensibile e il mondo ideale), cui corrisponde un dualismo gnoseologico (la percezione delle cose, cioè il vedere e il sentire, che producono solo un’opinione più o meno falsa, e la scienza, cioè il sapere delle idee del filosofo) [1]. Un altro contributo di Platone è aver cercato, nel Timeo (il dialogo dedicato alla scienza), di riassumere in una sintesi unitaria tutte le intuizioni scientifiche a lui precedenti. L’assunto da cui parte Platone è la perfezione dei cinque poliedri regolari convessi, che godono di due proprietà: (i) hanno lati, facce ed angoli uguali, e (ii) sono perfettamente inscrivibili in una sfera e perfettamente circoscritti da una sfera [a]. Ipotizzando che questi solidi rappresentino le forma di base della materia, Platone spiega le proprietà fisiche degli elementi: la terra è stabile e compatta perché formata da cubi, strutture massicce che tendono a compattarsi in blocchi solidi e immobili; il fuoco è costituito da tetraedri mobili e instabili, mentre l’acqua, l’aria e l’etere sono formati rispettivamente da icosaedri, ottaedri e dodecaedri, forme progressivamente tendenti alla sfericità e quindi proprie di sostanze via via sempre più liquide, aeree, volatili [1].
 
Aristotele
 
Alla svalutazione del mondo materiale operata da Platone, Aristotele sostituisce una forte attenzione per la realtà naturale e per la scienza. Di fatto nel Liceo, la scuola filosofica fondata da Aristotele appena fuori dalle mura di Atene, tutte le scienze furono sviluppate attraverso un lavoro di ricerca collettivo e coordinato, il cui obiettivo era quello di costruire una enciclopedia del sapere: riordinando in un quadro strutturato la massa di conoscenze specifiche fino ad allora disperse fra un grande numero di specialisti [1]. Dal punto di vista metodologico Aristotele vuole procurarsi basi solide, e le individua (i) nel principio di non contraddizione (“è impossibile che la stessa cosa sia e insieme non sia”) e (ii) nel sillogismo. Con la teoria del sillogismo di Aristotele nasce la logica, la scienza della dimostrazione capace di indicare con esattezza quando e perché un ragionamento è valido (ben costruito, e coerente rispetto alle premesse), o falso. Sebbene sia possibile costruire sillogismi di quattro tipi diversi, quello relativo alla mortalità dei greci [b] è un esempio di sillogismo perfetto, in quanto dotato di evidenza palese, tale da non richiedere ulteriori riflessioni. Il sillogismo perfetto è il fondamento intuitivo dell’intera logica; i ragionamenti esprimibili in questa forma sono tanto semplici e certi da non richiedere ulteriori conferme. Il lavoro del logico aristotelico consisteva quindi nel verificare la trasformabilità di una proposizione qualsiasi (incerta, complicata) in un sillogismo perfetto (o in altri equivalenti) [c]. Ciò assumeva il carattere di prova: se la riduzione era possibile, il ragionamento doveva essere accettato [1]. L’utilizzo del sillogismo nella pratica della ricerca scientifica poneva dei problemi. Infatti passando dalla logica (che bada solamente alla coerenza interna del discorso) alla ricerca scientifica diventa essenziale il problema della verità delle premesse. Un sillogismo scientifico, oltre a usare correttamente le regole deduttive, deve partire da presupposti giusti. L’idea di dimostrare questi ultimi tramite un nuovo sillogismo non fa altro che spostare a monte il problema, creando una catena che peraltro non può diventare infinita. La conoscenza delle premesse (per definizione non dimostrabili) è la questione più delicata della dottrina aristotelica della scienza. Secondo Aristotele è possibile cogliere le verità fondamentali su cui fondare ogni scienza attraverso due vie: l’induzione e l’intuizione. L’induzione è il procedimento per cui si generalizza una verità generale partendo dall’analisi di casi particolari. E’ una forma di razionalità non sillogistica (e neppure logica in senso stretto); è la constatazione (universalizzata) di innumerevoli verità particolari. L’intuizione è la capacità dell’intelletto di cogliere una verità immediata, tanto ovvia ed evidente da non richiedere alcuna dimostrazione. In questo modo la matematica parte dalla fondazione per via intuitiva dei suoi oggetti (il numero, il pari e il dispari, le nozioni di somma, sottrazione e così via). La geometria parte dai cinque postulati di Euclide, e le varie scienze da quei principi generalissimi che sono universalmente ammessi dagli studiosi [1]
 
Anche se la dottrina aristotelica rapidamente si impone, alcuni dubbi rimangono, e alla base stessa della logica. Un esempio solo apparentemente banale di contraddizione logica, è fornito da uno dei tanti paradossi individuati da Bertrand Russel. Si supponga che per gli abitanti dell’isola di Creta esistano solo due alternative: o affermano tutti  sempre e solamente il vero, o affermano tutti sempre e solamente il falso. Si consideri ora la domanda “Un cretese dice che tutti i cretesi mentono: egli mente o non mente?”. Se gli abitanti dell’isola di Creta affermano tutti  sempre e solamente il vero, il cretese, che per definizione dice il vero, avrà mentito dicendo che tutti i cretesi mentono. Se gli abitanti dell’isola di Creta affermano tutti  sempre e solamente il falso, il cretese, che per definizione dice il falso, avrà detto la verità [d]. Una domanda banale crea una contraddizione logica irrisolvibile. Anche il paradosso del sorite, attribuito a Zenone, crea non pochi problemi logici: quale è il granello che fa passare un mucchio di sabbia in un non-mucchio? Problemi di una modernità incredibile, se si pensa all’equivalente: quale è il risultato di una specifica analisi di laboratorio che fa passare il soggetto dallo stato di “malato” a quello di “sano”?. Indiscutibilmente il pensiero occidentale è figlio del pensiero greco. Per l’intero medioevo i solidi platonici e la “numerologia” pitagorica saranno tra le basi per la sopravvivenza del pensiero magico. Mentre il dualismo platonico e il metodo e il dubbio socratici anticipano addirittura il pensiero di Cartesio. Inoltre il metodo socratico della definizione e dell’induzione aprono problemi modernissimi, che troveranno una soluzione solamente nel XX secolo. Ma in realtà è il progetto enciclopedico di Aristotele a segnare una svolta che di fatto cambierà la storia: perché per i successivi 2000 anni la dottrina aristotelica condizionerà, e di fatto ingesserà, tutto il pensiero del mondo occidentale, fino alla svolta impressa da Galileo Galilei.
 
Galileo Galilei
 
Seguiamo ora da vicino lo sviluppo del problema gnoseologico così come delineato da G. Boniolo nel lavoro citato [2]. Galileo è convinto che “... la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico lo universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, a conoscer i caratteri ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.
 
Galileo propone quindi di affrontare il problema della conoscenza escludendo i colori, i sapori, i suoni, gli odori, caratteristiche non del corpo ma del suo rapporto con i nostri sensi (quindi soggettive), e utilizzando invece “il luogo, il moto, la figura, la grandezza, l'opacità, la mutabilità”. Qualità primarie, oggettive, che possono essere descritte in forma matematica. L’idea di Galileo è di collegare qualità primarie e descrizione matematica del mondo, esperienza e teoria, “sensate esperienze” e “certe dimostrazioni” in una correlazione dinamica, costantemente sottoposte le une al vaglio delle altre. E in questo equilibrio geniale Galileo costruisce le condizioni per la genesi di un nuovo modello di conoscenza scientifica [2].
 
La combinazione di teoria ed esperienza è possibile perché si sono preventivamente adattate le affezioni scientificamente rilevanti e le modellizzazioni teoriche, entrambe saldate da una comune struttura matematica. Tutto il sistema galileiano si regge su una fiducia assoluta sulla matematica come strumento razionale. Ma su che cosa si basa tale fiducia? Da chi, come e perché il mondo è scritto in lingua matematica? Perché, anche ammesso che sia vero, la matematica fornisce una conoscenza qualitativamente superiore a quella offerta dalla scienza aristotelica? Non avviene questo a prezzo di una riduzione e forse anche di una semplificazione di ciò che può essere oggetto di conoscenza scientifica? Domande di questo tipo mostrano che l'affermazione della nuova scienza richiede una revisione ancora più profonda dei presupposti e delle categorie del pensiero moderno. Accettare questa scienza significa rifondare dalle basi l'edificio della conoscenza umana. Sarà Cartesio il primo a porvi mano [2].
 
Cartesio
 
Nel Discorso sul metodo, Cartesio traccia le linee del “vero metodo con cui pervenire alla conoscenza di tutte le cose di cui il mio spirito era capace”, che riassume in quattro regole [e]. Poi, come suggerito dalla prima regola del metodo, Cartesio inizia a dubitare dalla conoscenza sensibile per passare a dubitare dell'esistenza di qualcosa di esterno che stimola questa conoscenza, e infine della stessa conoscenza intellettuale. Della prima si deve dubitare perché se i sensi hanno sbagliato una volta, come è stato, non è detto che non sbaglino ancora. Della realtà esterna dubitiamo per l'illusione vivissima, talvolta, che il sogno porta con sé, facendoci apparire presenti e vive realtà del tutto immaginarie. Ma dal sogno, con un'accelerazione iperbolica, Cartesio passa a dubitare anche delle certezze che nessuno potrebbe discutere: anche l'evidenza che due più tre fanno cinque, o che il quadrato ha quattro lati può essere messa in discussione ipotizzando l'esistenza di un genio maligno e potente che ci inganni ogniqualvolta sommiamo due a tre o contiamo i lati delle figure geometriche. Iperbolico quanto possibile, tale dubbio inficia la certezza della conoscenza intellettuale e matematica, ma non arriva a produrre l'esito scettico per cui di nulla siamo certi. Infatti, pur se esiste un tale genio maligno che mi inganna sempre  “se dubito penso, se penso esisto”. In questo passaggio essenziale prende corpo lo spostamento moderno dall'essere al pensiero, la dipendenza dell'ontologia dalla teoria della conoscenza e dai suoi risultati. Solo ciò che è certo è. La prima regola del metodo ha dato il suo primo risultato [2].
 
Thomas Hobbes
 
Conseguenza della concezione cartesiana è il dualismo tra “res cogitans” e “res extensa”, tra mente e realtà fisica, tra mente e corpo. Ma che cosa accade infatti se, pur riconoscendo il valore della scienza moderna come modello per la conoscenza, non si accetta il dualismo cartesiano? Come si spiega la conoscenza se questa non è il rapporto tra due res? E' questo lo scenario in cui si colloca il pensiero di Thomas Hobbes. Per Hobbes la filosofia consiste nella ricerca delle cause. Tuttavia il duplice percorso che presenta, discensivo dalle cause agli effetti, ascensivo dagli effetti alle cause, rimanda in realtà a due ben diverse accezioni del sapere. La prima via è “a priori”, la seconda “a posteriori”: solo la prima porta a conoscenze certe, mentre la seconda porta a congetture, essendo possibili più cause per uno stesso effetto. Questa fondamentale assunzione sembra dividere in modo netto le sorti epistemologiche della geometria e della matematica da quelle della fisica e di tutte le altre scienze della natura, deduttive le prime perché costruite da noi, induttive e congetturali le seconde perché la loro genesi ci è estranea [2].
 
John Locke
 
Da questo momento il problema gnoseologico imbocca due vie: l'empirismo, la corrente filosofica per la quale solo l'esperienza offre una base solida di conoscenza, e il razionalismo, per il quale l'evidenza dei principi che rendono intelligibile la realtà non sarebbe di tipo empirico. Testimonia la difficoltà di abbracciare in modo radicale l’una contro l’altra la figura di John Locke. In Locke l'esperienza è il fondamento della conoscenza, ciò che permette di scrivere su quel foglio bianco che è il nostro intelletto. Ma partito da posizioni di dichiarato empirismo Locke, circa vent'anni dopo, sostiene che la scienza non può limitarsi alla raccolta empirica di dati e alla generalizzazione delle idee semplici, ma deve mirare a ottenere quella certezza che posseggono le proposizioni matematiche, legate a una conoscenza intuitiva e dimostrativa. Il rigore di un sapere costruito deduttivamente a partire da verità evidenti e universali secondo Locke si ha solo nella matematica - e nella morale. Esso rappresenta quindi un ideale epistemologico che sposta l'asse del suo pensiero da un dichiarato empirismo di partenza a una sempre più articolata combinazione di esperienza e ragione, di percezione sensibile e conoscenza intellettuale [2].
 
David Hume
 
Ma non accetta questo compromesso David Hume. Per Hume solo la conoscenza che ha relazione con l'esperienza è valida, anche se si tratta di un sapere che manca di necessità e universalità. La principale associazione di idee su cui costruiamo il nostro sapere, cioè il principio di causa, è il cuore della sua critica. La conclusione: Hume nega che vi sia la possibilità di una conoscenza necessaria che parta dalle impressioni sensibili. La nostra conoscenza è solo costruzione arbitraria e probabile. Una posizione allora accusata di indurre l’uomo al totale scetticismo, ma che di fatto anticipa la rivoluzione che sarà determinata dagli sviluppi della scienza nel XIX e nel XX secolo [2].
 
John Stuart Mill
 
Le conclusioni di Hume sono rafforzate da Stuart Mill. Gli assiomi della logica, ovvero le verità indiscutibili ed evidenti come il fatto che gli alberi sono fatti di legno, si fondano non su una relazione necessaria con qualche essenza metafisica (al di là del mondo dell'esperienza) ma sul processo di generalizzazione delle osservazioni empiriche proprio dell'induzione, la quale da un numero ripetuto di osservazioni identiche, fonda la legge che accomuna queste osservazioni.  Il processo di induzione permette di far derivare teorie valide generalmente dall'osservazione ripetuta di un certo fenomeno. Ad esempio, tutte le fragole sono rosse perché viene osservato in natura il fatto ripetuto per cui le fragole mature hanno una colorazione rossa. Stuart Mill critica la possibilità propria dell'induzione di essere portatrice di verità assolute. La certezza propria dell'induzione di essere un processo che va a formare verità generali, viene meno in quanto l'induzione non può escludere che un singolo caso che va a formare la legge generale invalidi da un momento all'altro la teoria con il suo comportamento contrario a quello degli altri casi. In sostanza, la possibilità che un'esperienza si ripeta in modo assoluto date certe premesse non può essere garantita da alcuna conoscenza certa, poiché le certezze della scienza si basano sul meccanismo incompleto dell'induzione, che non potrà mai affermare la validità assoluta di un evento e di un fatto, poiché non potrà mai controllare la totalità dei casi, dovendo escludere necessariamente dal computo quelli che ancora non sono accaduti [2].
 
Da Kant al XX secolo
 
Siamo arrivati a Kant. Come afferma Mauro Dorato “Da Kant in poi, le classiche domande filosofiche su “che cosa esiste” (ontologia), “cosa possiamo conoscere” (epistemologia), o “cosa dobbiamo fare” (etica), non possono più essere affrontate seriamente senza tener conto dei risultati dell’indagine scientifica.[3]. E per la discussione del pensiero kantiano, non posso che rimandare per intero al lavoro “Lo sviluppo della gnoseologia moderna” di Giovanno Boniolo [2].
 
Dopo Kant, il problema gnoseologico è stato riproposto non tanto “a tavolino” dai filosofi, quanto dalle riflessioni imposte dalle scoperte della scienza del XIX e del XX secolo: dalla scoperta di Riemann delle geometrie non euclidee al secondo principio della termodinamica, dalla teoria della relatività di Einstein al teorema di Gödel.
 
La critica all’induttivismo, riproposta nel ‘900 da Karl Popper, viene qui utilizzata come “manifesto” della filosofia della scienza del XX secolo [4]. Esiste una storiella relativa alla critica all'induzione, la quale, pur originariamente pensata da Bertrand Russell (la storiella è citata nel The Problems of Philosophy), viene comunemente attribuita, nella sua forma più elaborata, a Karl Popper: è la storiella del "tacchino induttivista" (inductivist turkey). Popper descrive questa situazione: esisteva un tacchino in un allevamento al quale veniva portato il cibo sempre alle 9 di mattina. Il tacchino osservava dunque che qualsiasi giorno della settimana, che vi fosse stato il sole o il cattivo tempo, il cibo gli veniva portato sempre alla stessa ora. Da queste osservazioni ripetute e identiche in qualsiasi condizione meteorologica e che erano comuni per tutti i giorni della settimana, il tacchino applicò il metodo induttivo quando formulò la teoria seguente: "mi danno il cibo sempre alle 9 di mattina". Tuttavia, alla vigilia di Natale, il tacchino constatò a sue spese il venire meno di questa regola: il tacchino venne ucciso e servito a tavola. Questa storiella dimostra quindi il meccanismo erroneo che porta dall'osservazione ripetuta di un fenomeno a fondare una legge universale: perchè nessun numero di osservazioni identiche può affermare nulla circa l'universalità della legge che sembrano esprimere, mentre anche una sola osservazione contraria la contraddice.
 
Vi è quindi una asimmetria tra verificazione e falsificazione di un evento: una proposizione universale può essere falsificata da un solo caso contrario, mentre nessun numero di casi non contrari, per quanto elevato, può verificarla. Da ciò deriva l’evidente corollario per cui, secondo Popper, perché una teoria sia veramente scientifica, occorre che possa essere falsificata. E questo accade solamente quando una teoria è in grado di fare delle previsioni verificabili con l’esperimento.
Alla concezione di induzione come passaggio dal particolare all'universale si è quindi progressivamente sostituita una concezione diversa, che definisce l'induzione come "inferenza ampliativa ma solo probabile" laddove la deduzione è definita come una "inferenza non ampliativa ma necessaria". La forma canonica dell'induzione diventa la seguente:
1. Ho visto un corvo ed era nero; 2. Ho visto un secondo corvo ed era nero; 3. Ho visto un terzo corvo ed era nero…
Conclusione errata: tutti i corvi sono neri
Conclusione corretta: il prossimo corvo che vedrò sarà probabilmente nero.
oppure, in forma generalizzante,
Conclusione corretta: tutti i corvi sono probabilmente neri.
 
L’avverbio “probabilmente” è cruciale: mentre è impossibile che la conclusione di un ragionamento deduttivo sia falsa se le sue premesse sono vere (e se il ragionamento è effettuato in modo corretto), in un argomento induttivo questa certezza si riduce a un grado di probabilità maggiore di 0 e inferiore a 1. Questo è il prezzo che si deve pagare per il vantaggio che gli argomenti induttivi offrono rispetto a quelli deduttivi, cioè la possibilità di scoprire e prevedere fatti nuovi in base a quelli vecchi.
 
Come afferma Dario Antiseri [5] “...i fatti, cioè le asserzioni che, per quel che ci è possibile saperne, descrivono fatti - le basi empiriche della  scienza, insomma, sono artefatti che vengono continuamente rifatti attraverso costruzioni e demolizioni teoriche. Essi non sono dati immutabili, ma "costrutti" che hanno una storia: una genesi, uno sviluppo, mutazioni, e talvolta anche una morte. Ciò che oggi chiamiamo un fatto, ieri era una teoria. Ed è gran parte dell'epistemologia del nostro [XX] secolo da Henri Poincaré per giungere alle proposte di P.K. Feyerabend, H.R. Hanson e N. Goodman che ha frantumato il mito della sacralità dei fatti. Certo, le teorie scientifiche poggiano sui fatti, ma questi non sono una roccia indistruttibile. In altri termini, la scienza ha sì una base, ma questa base non è un fondamento certo. Per dirla con Popper: "[…] la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di "assoluto". La scienza non poggia su un solido strato di roccia. L'ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. E' come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall'alto, giù nella palude: ma non in una base naturale "data"; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura". In  breve: "la nostra conoscenza ha fonti d'ogni genere, ma nessuna ha autorità"...”
 
Come vedremo nella parte dedicata al teorema di Bayes, questo svolge un ruolo centrale nell’induzione, consentendo di aggiornare (ovviamente in termini probabilistici) l’informazione sulla base dell’esperienza, aumentando l’informazione disponibile, e superando l’ostacolo rappresentato da un falsificazionismo “ingenuo”: perché anche se all’aumentare delle osservazioni a suo favore una teoria non diventa sempre più vera (vedansi i problemi incontrati dal povero tacchino induttivista), diventa peraltro “più verosimile”, cioè più probabile (e questa  è l’interpretazione epistemologica che viene qui adottata).
 
Obiettivo delle due parti che seguono è di analizzare i due fattori chiave per quella che io qui chiamerò “la qualità della  conoscenza”:
→ la qualità dell’informazione  (ci deve essere/deve essere giusta e deve essere utilizzata correttamente l’informazione);
→ la qualità delle regole (si devono sapere/devono esser giuste e devono essere applicate correttamente le regole).
 
 
********************************
 
 
 

Gnoseologia

Ultimo aggiornamento: 18 giugno 2017

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